Oggi, ed è già passato un lungo anno

7 dic

Cari Amici, è con tanta emozione che vi scrivo queste poche righe.
Proprio un anno fa, come oggi, a quest’ora ci venivano comunicati gli esiti delle analisi fatte, e in un attimo abbiamo rivissuto ancora una volta l’incubo di dover tornare in ospedale e ricominciare tutto da capo. Era una giornata grigia e piovosa che non dimenticheremo mai, come non potremo dimenticare i giorni a venire, la tristezza di quel corridoio d’ospedale illuminato dalle candele la sera del 13 Dicembre, quando i bimbi del coro intonavano “Santa Lucia” ed io stavo correndo in merceria a comprare altri pigiamini con le lacrime agli occhi, temendo che Bab non si sarebbe più risvegliata dallo stato di incoscienza nel quale versava già da tre giorni a causa degli effetti collaterali della terribile chemioterapia. E poi quel Natale in camera quasi al buio, con la tapparella a mezz’asta e la neve fuori ad imbiancare lo squallido cortile, i giorni a susseguirsi sempre uguali ed un senso di profonda tristezza nel cuore, pensando che quelle non erano festività, bensì un autentico supplizio.
E’ già passato un anno….
Non sono stati mesi semplici, ma siamo ancora qui!
Oggi c’è il sole, dopo tanti giorni grigi e nebbiosi e voglio staccare un’ora dall’ufficio per essere lì ad aspettare Bab che arriva in stazione, dopo la mattinata trascorsa a scuola.
Voglio essere lì per abbracciarla ancora come un anno fa, quando ci dissero che la situazione era grave ed era necessario il ricovero urgente, e ci stringemmo l’una all’altra in un pianto disperato.
Stavolta però è un abbraccio con il sorriso, come voglio vivere con il sorriso ogni giorno che ci separa ancora dal Santo Natale che quest’anno sento in modo particolare,perchè sarà finalmente LA festa.
Voglio godere di ogni luminaria, di ogni melodia natalizia, di ogni decorazione, e di ogni sorriso che riceverò, perchè saremo a casa insieme, e non c’è gioia più grande!
E voglio condividere con voi questo momento, perchè non ci avete mai lasciate sole.
Siete e sarete sempre la nostra forza!

SERENA DOMENICA E AUGURI ALLA TUA MAMMIMA…

13 mag

Mamma

Quando all’alba vedo nascere il sole penso a te mamma che mi hai donato la luce Quando il sole mi brucia la pelle penso a te per il calore che mi hai donato. Quando guardo un fiore e sfioro i suoi petali penso a te per il profumo di vita che mi donasti. Quando guardo la luna piena penso a te mamma per le dolci carezze che mi hai dato. Quando guardo un albero penso a te per la forza che mi hai donato. Qualsiasi cosa guardi… il sorriso di un bambino una rondine in volo un prato fiorito la verde acqua del mare un arcobaleno una stella nel cielo penso a te mamma per offrirti tutto ciò che vedo quello che ho lo devo a te mamma… Fa si che io possa offrirti la vita quella che tu mi donasti con tanto amore… Fa sì che il sole non tramonti mai per vedere negli altri la tua immagine d’amore.
Marco Spyry ’91

CHI TENE A MAMMA E’ RICCO E NUN O SAPE. CHI A VO’ BBENE E’ FELICE E NUN L’APPREZZA. PECCHE’ L’AMMORE E NA MAMMA E’ NA RICCHEZZA, E’ COMME O MARE CA NUN FERNESCE MAI. A MAMMA TUTTO TE DA’ E NUN TE CHIEDE, E SI TE VEDE E CHIAGNERE, SENZA SAPE’ PECCHE’, T’ABBRACCIA E TE DICE: ” figlio!!!! ” E CHIAGNE NSIEME A TE (SALVATORE DI GIACOMO)

Una madre è il vero amico che abbiamo,

quando le prove, pesante e improvvisa, cadono su di noi,

quando le avversità prende il posto di prosperità,

quando gli amici che gioiscono con noi nel nostro sole,

il deserto ci ha quando i problemi addensarsi intorno a noi,

che ancora si aggrappano a noi, e si sforza dai suoi precetti gentili

e consigli per dissipare le nubi delle tenebre,

e causare la pace per tornare ai nostri cuori.

Washington Irving Washington Irving

“Ci sono persone che entrano nella tua vita a gamba tesa, sfondando la porta con un calcio, senza chiedere permesso. Ci sono poi persone che rimangono dietro quella porta, con il pugno a mezz’aria, indecise se bussare o meno, con la paura di disturbare perché magari non è il momento adatto. Ogni tanto si dovrebbe aprire quella porta, con cautela, piano piano, e controllare che lì’ dietro non ci sia qualcuno con il pugno alzato, in attesa di trovare il momento giusto per bussare.”

UNA SERENA GIORNATA…

“ L’amicizia così come l’amore

è un valore che non si può fare a meno…

Non importa se ogni giorno non riesco a

vederti,sentirti, pensarti,

ciò che conta è avere la certezza

che io ci sono sempre per te

così come tu per me! “

Con affetto e amicizia,

una carezza dal mio cuore al tuo

Barby!

 

 

 

buona domenica

13 mag

bisous bisous

sereno pomeriggio

10 mag

Il nuovo giorno è inziato speriamo possa essere Fortunato; che il tuo Sorriso riesca ad illuminare tutti gli Amici che ti sanno apprezzare e che il mio Affetto possa raggiungerti ovunque sarai

ogni quadro è un ritratto,

un autoritratto ogni poesia,

e una autobiografia, ogni scoperta ,

ogni  scoperta  di sè.

I bambini sono divertenti proprio perché si possono divertire con poco. Hugo von Hofmannsthal

♫♪i♫♪ ♫♪i♫

 

 

 

 

Un abbraccio per te cara Bab!

8 mag

Sono passata per un saluto cara Bab…la scuola sta per finire e le giornate sono più belle e profumate…un abbraccio dal mio cuore♥

un salutino….

29 apr

 

 Ciao, sono passata a lasciarti un saluto….

scusa la mia assenza, ma utilizzo poco il blog ultimamente…..

serena domenica….

28 apr

Ci sono Silenzi che vanno Guardati, Ascoltati, Letti, Provati o semplicemente….. Accettati.

Ci sono Silenzi che vanno Guardati, Ascoltati, Letti, Provati o semplicemente….. Accettati.

Ogni mattina, mentre ti bagni il viso ricordati di rivolgere un pensiero all’amore affinché colori d’arcobaleno la tua mente e ti spinga a donare il meglio di te agli altri.

L’amicizia che scorre dal cuore non può congelarsi nelle avversità, così come l’acqua che scorre dallo spirito non può ghiacciare in inverno.”

James Fenimore Cooper

Quando la sera bussa alle finestre, quando lo studio e la confusione sono terminati per un po’ e c’è solo la quiete, o il vento, a riempire le immensità tra terra e cielo, è il momento di pensare. O di cullare i pensieri… e restituirci la vita, dopo il caos alienante del giorno. ♥ Romano Battaglia ♥

Il futuro ci dà da pensare, il passato ci obbliga a voltarci indietro e questo è il motivo per cui non possiamo sentirci felici. Ci lasciamo sfuggire il presente! Assapora la tua vita un giorno per volta, perché la bellezza è ovunque qualche volta nascosta persino nei risvolti della vita miserabile a cui siamo condannati.

Sergio Bambarén

 ♥♥♥ Tii auguro una vita come la matematica♥♥♥ Addizionando i beni ♥♥♥ Sottraendo i dolori ♥♥♥ Moltiplicando i baci e dividendo l’ amore con chi saprà apprezzare il tuo cuore!♥♥♥

SERENA SERATA

24 apr

 

 

Primavera

E ti rivedo ancora! Gaia, sfrontata, profumata; come quando mi hai lasciato.

Nel vissuto, Io, spasimante, in fedele attesa mia giovane amante.

Sensuale nomade, vaghi sulle ali del vento. A Mari e Monti accendi i colori, in milioni di cuori risvegli l’Amore.

Lenisci il rimpianto del tempo che va.

È caldo il mio cuore, ti sente e sorride. In fiore le voglie, in fiore la vita.

Il mio inquieto ritorna sereno. Grazie, cara, dolce, Primavera.

(Ezio Grieco)

E

 

Un sorriso per te

21 apr


Ciao Bab

da noi quaggiù sono tornate le

rondini 

ne avevo vista qualcuna in giro

nei giorni scorsi,

volteggiare nel cielo grigio

e gonfio di pioggia

ma stamane  ne ho viste tante…

forse erano i papà

a fare un giro di perlustrazione

prima di portare tutta la famiglia…

le mamme e i rondinini nati 

lo scorso anno.

 


Avranno trovato  nel mio giardino

la casa per quest’anno….

A me trasmettono tanta

allegria, gioia e voglia di vivere

soprattutto quando si riuniscono

a ciarlare come tante comari

 

Ciao Cucciola un’ abbraccio forte.

Silvia

 

 

SERENA SERATA

15 apr

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Viviamo la vita con ritmi più lenti, in modo che giorno dopo giorno, ora dopo ora e minuto dopo minuto possiamo assaporare pienamente ciò che essa ci offre e avere così anche il tempo di guardare dentro di noi 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’amicizia , come l’amore richiede quasi altrettanta

arte di una figura di danza ben riuscita.

Ci vuole molto slancio e molto controllo,

molti scambi di parole e moltissimi silenzi.

Soprattutto molto rispetto.

 

 

 

La sensibilità anche se non viene capita da tutti…

Rende chi la possiede …..speciale……

perchè è la voce del cuore.

 

 

 

 

 

 

 

 

Lei non è indifferente…chiude solo
gli occhi
per non vedere…
‎…lei non è αntipαticα, cercα solo di difendere
se stessα e chi vuole bene. Lei è gelosα,
possessivα.Odiα chiunque sfiori ciò che è suo.
Lei sorride, sempre e nessuno cαpisce quαndo
stà mαle. Lei finge di non αffezionαrsi α nessuno.
Lei è sempre se stessα…lei non è cattiva è
solo stanca di essere presa in giro…

 

 

 

serena e favolosa serata Bab

14 apr

Il fuoco delle fate
Favole, Leggende, mitologia a cura di Simone
In tutto il regno di Calidone si festeggiava la nascita del principe. La regina giaceva nella sua grande camera silenziosa, illuminata solo dalle fiamme del caminetto, ed al suo fianco il suo bimbo dormiva tranquillamente. Improvvisamente la regina vide sul muro tre lunghe ombre, come di tre donne che stessero filando. Una faceva girare l’arcolaio, l’altra girava il fuso, e la terza teneva in mano un gran paio di forbici, pronta a tagliare il filo. Voltandosi rapidamente la regina vide tre donne strane e bellissime che filavano un filo dorato dinanzi al fuoco. Comprese che si trattava delle tre fate madrine, che alla nascita d’ogni bambino vengono a dipanare il filo del suo destino, a tessere la trama della buona o della cattiva fortuna ed assegnarli una vita lunga o corta. La regina osservava ansiosamente le fate che filavano per il suo piccolo principe, ma si sentì gelare dal terrore quando la fata con le forbici disse: -Non importa che ci attardiamo a filare una trama di amore e di avventure, di bellezza e di fortuna, perché la vita del principe avrà termine quando quel tizzone là sul fuoco sarà diventato cenere. Le tre fate chinarono la testa sussurrando strane parole ed improvvisamente sparirono. La regina balzò subito dal letto, afferrò il tizzone incandescente dal fuoco e la immerse in una brocca d’acqua che teneva lì vicina. Quando fu nero e freddo, lo nascose in fondo ad uno stipo e tornò a letto, felice di aver gabbato le tessitrici e di aver dato a suo figlio una vita che sarebbe durata tanto quanto essa avrebbe voluto. Gli anni passarono ed il principe divenne un uomo forte e coraggioso, anche se non era felice, perché aveva un carattere assai difficile e non riusciva mai ad ottenere quello che voleva. Col passare del tempo la cosa ch’egli prese a desiderare sopra a tutte fu la mano della principessa Atalanta. Sembrò chè, in un primo tempo, la fortuna lo favorisse. Nel suo regno, infatti apparve un ferocissimo cinghiale che causò tanti danni ed uccise molte persone, da far convenire, alla fine, tutti i migliori cacciatori dei paesi vicini perché l’ammazzassero. Con loro venne anche la bellissima principessa Atalanta, che era una famosa cacciatrice. Ma poiché le interessava solo la caccia, rifiutava di sposare tutti i pretendenti che chiedevano la sua mano. Diceva: -Chi mi vuole deve vincermi ed io posso essere vinta solo da chi mi batta in una gara di corsa. Ma se chi prova a battermi e dovesse perdere, perderà anche la testa. Poi si metteva a ridere. Infatti per la velocità nella corsa era più famosa che per la bravura nella caccia e pensava che nessun principe sarebbe stato tanto folle da rischiare la testa per sfidarla in quella gara. Eppure molti lo fecero, ma dovettero lasciare le loro teste come ornamento della pista per le corse del regno di suo padre e ben presto non vi fu più nessuno che osasse di sfidarla ancora. I cacciatori partirono per le valli ricoperte da folti boschi in cerca del cinghiale, e quando la bestia irruppe dalla folta macchia per attaccarli, Atalanta fu la prima a ferirlo, con una freccia che gli penetrò nel corpo quasi per intero. Poi gli altri principi si precipitarono contro l’animale ferito e ne seguì una lotta, durante la quale molti di loro persero la vita, fino a quando il principe di Calidone non inferse alla fiera il colpo di grazia che la fece cadere a terra morta. Tutti applaudirono, ben presto il cinghiale fu venne scuoiato e la sua pelle irsuta, con le zanne e gli zoccoli, fu consegnata al principe vittorioso. Egli allora si rivolse alla principessa Atalanta e depose le spoglie ai suoi piedi, dicendo: -bella principessa, fosti tu a scoccare il primo dardo e a ferire il cinghiale così gravemente che senza dubbio col tempo sarebbe morto. E’ certo che se tu non l’avessi reso più debole nessuno di questi principi avrebbe potuto sostenere la lotta contro di lui. Pertanto le sue spoglie ti appartengono di diritto ed io te le offro con tutto il cuore. Atalanta fu felice di ricevere quel meraviglioso trofeo che attestava la sua bravura di cacciatrice, anche se considerava il cuore del principe come un dono di nessun valore. Ma gli zii del principe, uomini invidiosi e meschini, mormorarono che era una vergogna ed un insulto che le spoglie fossero state concesse ad una donna; anch’essi avevano ferito il cinghiale ed il principe avrebbe dovuto dare le spoglie a loro, non a quella ragazzetta impudente che gli piaceva tanto. L’invidia fu tale che nel ritornare al palazzo essi tesero un imboscata ad Atalanta e le portarono via le spoglie del cinghiale schernendola ed insultandola. Mentr’ella se ne stava piangente ed i due ladri si spartivano le spoglie, sopraggiunse il principe di Calidone. Quando vide quel che avevano fatto i suoi malvagi zii, fu preso da un ira incontrollabile: estrasse la spada e si scagliò contro di loro con tanta furia che pochi istanti dopo ambedue giacevano a terra morti. Così un gruppo di persone tristi e piene di rammarico ritornò al palazzo. Atalanta recava le spoglie del cinghiale, ma i principi portavano i corpi esamini di molti di loro, tra i quali c’erano anche i cadaveri dei due fratelli della regina. Quando essa fu informata dell’accaduto divenne quasi pazza di dolore e, salita a precipizio in camera sua, tolse il tizzone mezzo bruciato dallo stipo in cui l’aveva nascosto e lo gettò infuriata sul fuoco. Suo figlio stava bevendo una coppa di vino alla salute della bella Atalanta, ad un tratto la coppa gli cadde di mano ed egli barcollò, gridando: -Aiuto! Aiuto! Brucio! Sto bruciando ! Quindi cadde a terra e poco dopo era morto. Dopo questi avvenimenti la principessa Atalanta tornò a casa molto addolorata, facendo voto di non sposarsi mai più, poiché aveva perso il principe di Calidone, il solo che avrebbe potuto imparare ad amare. Eppure un bel giorno si presentò a lei il principe Astutis, che la sfidò alla corsa avendo cura di tenere in tasca tre mele d’oro. Erano mele magiche, le più belle del mondo, maturate su di un albero che sorgeva in un giardino incantato, oltre la dimora del vento del Nord, e custodito dalle fate dell’Ovest. Quando la gara ebbe inizio, atalanta lasciò con disprezzo che Astutis si prendesse un po’ di vantaggio, prima di partire a tutta velocità per sorpassarlo e raggiungere il traguardo assai prima di lui. Mentre gli si avvicinava, Astutis scorse sulla pista l’ombra di lei e le gettò davanti, per terra, una delle mele d’oro. Atalanta pensò: -Oh che oggetto meraviglioso! Devo impossessarmene in tutti i modi. Del resto ho ancora il tempo necessario per raccoglierlo e vincere di mezza lunghezza questo principe che corre così piano. Mente Atalanta si fermava per raccoglierela mela d’or, il principe Astutis scattò avanti, ma ben presto Atalanta fu sul punto di raggiungerlo ed ancora una volta, nel vedere la sua ombra, egli lasciò cadere a terra un’altra mela d’oro. Atalanta non seppe resistere neanche a questa, si fermò di nuovo, raccolse la mela e corse più veloce possibile per raggiungere Astutis. Lo raggiunse di nuovo, ma per la terza volta una mela ruzzolò sulla pista verso di lei. -Anche se raccolgo questa cosa meravigliosa, son sicura di vincere qualunque principe che sia in grado di correre! – Così ragionò Atalanta, e si fermò ancora una volta. Poi corse come non aveva mai corso prima di allora, ma il principe Astutis aveva troppo vantaggio su di lei: essa non riuscì a raggiungerlo nella breve distanza che rimaneva da coprire; e così egli varcò il traguardo con un leggerissimo vantaggio, tanto che si dovette ricorrere ad uno dei primi fotofinish, e ad esito confermato si volse a lei per reclamarla in sposa. La principessa Atalanta accettò di buon grado per marito il principe Astutis a ben presto si dimenticò di quello di Calidone. Imparò ad amare sinceramente lo sposo e vissero, come in quasi tutte le favole, felici e contenti.
(dal Web)
Viaggio all’interno della Turchia alla scoperta di un’affacinane paese considerato sin dall’antichità un ponte tra Europa e Asia

Nella terra dei Camini di Fata
Quello che vedo è un paesaggio irreale, di quelli che appaiono solo nei sogni. Questa terra, dall’aspetto lunare è la Cappadocia, l’antica regione dell’Asia Minore situata nel cuore dell’altopiano anatolico in Turchia. La natura ha modellato il terreno: le lunghe ombre, riflesse dalle fiabesche sculture naturali, proiettano l’osservatore in un’altra dimensione. In realtà, questo fantasmagorico paesaggio si creo’ una decina di milioni d’anni fa quando i movimenti della placca eurasiatica e africana produssero intense attività vulcaniche. I maestosi vulcani, ancora attivi, l’Erciyes, l’Hasandag, entrambi sopra i 3000 metri, e il Göllüdag, eruttarono masse di fango ardente sulla regione tra Kayseri ed Aksaray. Nel corso del tempo, a modellare la spessa coltre di magma ci pensarono l’acqua, l’erosione da parte del vento e gli improvvisi cali o aumenti di temperatura. Gli strati di ceneri e pomici vulcaniche depositatesi sul suolo, si tramutarono così in valli, bosfori e nelle caratteristiche formazioni calanchive dalla forma smussata dette “camini di fata”. Queste impressionanti “ciminiere” torreggiano su campi di grano, minuscoli orti ricavati in fondo a strette valli, vigneti e frutteti. Stando alla leggenda, queste particolari rocce, con forme falliche o somiglianti a giganteschi funghi, altro non sarebbero che malvagi guerrieri, giunti da lontano, a minacciare la pace e tranquillità della regione e miracolosamente tramutati in pietra per mano d¹Allah. Altre credenze vogliono che le alte piramidi siano le dimore di fate dispettose. La Cappadocia, nel corso dei secoli è stata una terra di passaggio, razziata e invasa dai commercianti Assiri, dalla stirpe guerriera degli Ittiti, dalle truppe di Alessandro Magno, da Lidi, Turchi, Macedoni, Arabi, Frigi, Romani Persiani. A causa delle precarie condizioni atmosferiche, e per far fronte ai pericoli legati alla natura o per scappare e difendersi dai frequenti attacchi di altri popoli, le prime civiltà della Cappadocia hanno sempre cercato luoghi chiusi, nascondendosi in caverne. Così, nelle guglie di tufo sono state costruite abitazioni, palazzi, stalle, castelli, chiese rupestri, tombe e non da ultimo, fori, praticati nelle pareti, per attirare i piccioni, dagli escrementi dei quali si ricava un prezioso fertilizzante. Sotto i villaggi furono create vere e proprie città sotterranee, utilizzate solo in caso d¹emergenza All’interno di esse si apriva una fitta e intricata rete di stretti cunicoli e scale amovibili che collegavano i vari locali e piani. Tutto studiato nei minimi dettagli: cucine, depositi per il cibo, stanze, armadi, dispense, nicchie, tavoli, panche e gabinetti, stalle con mangiatoie, pozzi per l’acqua e per l’aerazione. Normalmente solo i primi due piani erano adibiti ad abitazione, mentre quelli sottostanti erano utilizzati come depositi o chiese. Nel 1963 è stata trovata la città sotterranea di Derinkuyu che poteva ospitare fino a 20.000 abitanti su una superficie di quattro kmq. Derinkuyu e Kaymakly sono alcuni dei complessi ipogei più grandi della Cappadocia. Secondo alcuni studi archeologici sembra che le parti più antiche delle città risalgano a 4000 anni fa, quando la regione era sotto il dominio dell¹Impero Ittita. Derinkuyu, con la conquista romana era diventata una vera e propria città disposta su otto piani, quattro chilometri di ampiezza e 55 metri di profondità. Un traforo lungo nove chilometri km la collegava all’insediamento sotterraneo di Kaymakly.I cunicoli, in caso di pericolo, erano sbarrati da gigantesche porte-macine alte un metro e mezzo e dallo spessore di 50 cm, che raggiungevano il ragguardevole peso di una tonnellata. L’uomo si era adattato facilmente ad utilizzare queste singolari dimore: tiepide durante l’inverno e fresche in estate.Oggigiorno, la vita troglodita è molto diminuita. La maggior parte delle abitazioni sono state abbandonate e, sola testimonianza del passato, sono le centinaia d’aperture nella roccia tufacea, ormai erosa dal tempo. L¹onirico paesaggio attirò i primi cristiani alla ricerca di spiritualità, solitudine e mistico raccoglimento. Dimora dei primi anacoreti, come San Simeone Stilita, l’intera regione con la diffusione del monachesimo bizantino (a partire dal VI) divenne ben presto cristiana, resistendo anche alla spinta araba dell’VIII secolo. La fervida fantasia degli architetti esplose in un ricco caleidoscopio di forme e volumi: nel morbido tufo furono scolpite cattedrali a tre navate, chiese a croce greca, cappellette, eremi, monasteri e conventi abbelliti da stupendi affreschi. Con la pittura murale l’arte delle chiese rupestri anatoliche raggiunse la sua massima espressione. Dopo gli elementi decorativi geometrici del periodo iconoclasta (725-842), arte imposta dagli imperatori per limitare il potere che il clero esercitava sulla popolazione, tornarono in auge figure e scene sacre, con la vita di Gesù tratte dal Vecchio e dal Nuovo Testamento. Con il tipico saluto ³Gulé, Gulé²,che significa ³Ridendo, Ridendo² cioè parto col sorriso per rivederti un¹altra volta ancora col sorriso, lasciamo con rammarico questa sublime regione e i loro cordialissimi abitanti.
(dal Web)
Le margherite blu.
C’era una volta in un luogo lontano, dove il rintocco delle stagioni si sentiva nell’aria come una dolce eco, un immenso prato di margherite bianche. Qui si godevano felicemente la loro esistenza piccole e candide fate della primavera, dai capelli dorati e gli occhi color cielo e con indosso bianchi tutù come le corolle dei fiori da cui erano nate. Il vento giocherellava con le chiome variopinte degli alberi, infiniti petali galleggiavano a mezz’aria e si posavano sull’acqua di un ruscello gorgogliante; gli uccelli canticchiavano dolci melodie e le piccole fate si divertivano a volteggiare qua è là con le coccinelle. Sul ramo d’un ciliegio una fata se ne stava accoccolata ad osservare le nuvole dipinte nel cielo. Lei era diversa dalle altre: aveva i capelli marroni come il cioccolato, gli occhi verdi come l’erba e il suo tutù era azzurro nonostante fosse nata da una margherita bianca. La sua nascita era stata vista come un cattivo presagio e così tutti presero ad evitarla ed emarginarla dal gruppo. Per anni nessuno si era avvicinato a lei e così Daisy, così si chiamava, si era abituata a vivere insieme agli animali in particolare con uno: un piccolo scoiattolo che lei aveva gentilmente chiamato Hazel per via del color nocciola dei suoi occhietti.
“L’inverno sta per finire” pensò la fata e sul suo volto si dipinse un luminoso sorriso. Finalmente la neve si stava sciogliendo e la natura si apprestava a sbocciare in tutto il suo splendore. Daisy amava particolarmente la primavera poiché ogni pianta, ogni fiore, ogni animale assopito si destava dal suo sonno e gioiva con lei per tutte le meraviglie del mondo. Durante la primavera non era mai sola e poteva librarsi felice nel cielo con le farfalle dai mille colori ed annusare i profumi dei pollini. < << Hazel, vieni qui!>> chiamò Daisy. Al suon di quelle parole lo scoiattolo si avvicinò alla sua piccola amica che gli donò una carezza.< << Fra due giorni sarà l’equinozio di primavera! Non vedo l’ora! Ti va di arrampicarci fino alla punta del ciliegio? >> Hazel di tutta risposta cominciò a saltellare da un ramo ad un altro. << Ah ah ah! Hazel, ora ti prendo!!>> disse Daisy che cominciò ad inseguire lo scoiattolo. I due si stavano divertendo e come sempre la fatina riusciva a superare in velocità Hazel che rimaneva sempre in basso. Arrivato in cima all’albero, Hazel si accorse che Daisy stava di nuovo fissando il cielo con sguardo scrutatore, e preoccupato cercò di disincantarla scostandole il braccio con il musetto. Lei comprese cosa volesse l’animale e così cominciò a raccontargli cosa la turbava. << Hazel, chiudi gli occhi e ascolta. Ogni minuto che passa la voce del vento diventa più intensa e prorompente; lo scroscio delle acque del fiume si fa sempre più impetuoso e le nuvole si addensano come batuffoli di cotone impregnati di linfa. Nell’aria si sente tensione, non è come le altre volte. Ho come un brutto presentimento, come quando chiudi gli occhi e senti che stai per fare un incubo…” si interruppe all’improvviso. Fece un sospiro e disse “ok ora andiamo a fare uno spuntino! Ho un certo languorino!” e così i due scesero dall’albero e andarono a riempire le loro pance con tante prelibatezze. I giorni seguenti passarono velocemente, finché non giunse l’ora dell’equinozio di primavera. Il tempo era bello, il sole splendeva alto nel cielo e Daisy era di ottimo umore. Tutte le fate erano andate al ruscello mentre lei se ne stava a svolazzare tra un ciclamino e l’altro con un gruppo di coccinelle, quando all’improvviso si avvicinarono minacciose un gruppo di nuvole. L’aria cominciò a farsi pesante, il cielo adesso era grigio e cupo ed un vento fortissimo aveva cominciato a soffiare sulla grande valle.
Tra tra track!
Una fitta pioggia mista a grandine cominciò a piovere insieme ad una miriade di folgori che si abbatterono violentemente al suolo. Un fulmine cadde sul grande ciliegio che si squarciò in due; imponenti si alzarono rosse lingue di fuoco che si insinuarono fra l’erba di tutta la valle bruciando ogni cosa incontrassero nella loro corsa. Il fiume si ingrossò e cominciò a straripare trasformando la terra in fango. Gli animali correvano cercando riparo, mentre le fate tentavano di fermare quella furia distruttiva, ma la loro magia non era abbastanza potente. Daisy se ne stava immobile sconvolta dalla paura, aveva la vista annebbiata e il cuore le pulsava così forte che sembrava volesse uscirle dal petto. Si risvegliò dal suo stato comatoso quando vide il suo piccolo amico Hazel in pericolo. Fu così che presa dal coraggio di intervenire e dalla voglia di salvare la sua terra che cominciò a correre in aiuto di tutti. Ciò che stava facendo non bastava e la situazione si faceva sempre più difficile, soprattutto per le fate che avevano quasi esaurito la loro energia.
La piccola fata blu si fermò ad osservare tutto ciò che la circondava; quel luogo non poteva esser ridotto in quello stato, non doveva esser distrutto. Le lacrime le sgorgarono dagli occhi e quando si furon riversate tutte, il dolore e la tristezza se n’erano andati e nel cuore di Daisy si fece strada un sentimento di rivalsa. Voleva vincere quelle terrificanti forze della natura, non poteva farle agire ancora. Pregò la buona sorte e congiunse le mani: aveva deciso di usare la sua magia! Sapeva che poteva farcela, sapeva che doveva farcela per il bene di tutta la valle. Raccolse tutta la sua energia e creò un enorme e scintillante arcobaleno che si frantumò in soffici e profumate particelle variopinte, queste ricoprirono l’intera valle che si stava rigenerando. Dopo un po’ di tempo sembrò come se nulla fosse accaduto, anzi tutta la natura circostante appariva più vivace e rigogliosa. Daisy si sentiva soddisfatta, ma purtroppo non ce la faceva più. Si accasciò a terra stanca e priva di forze; tutti gli animali le andarono vicino, Hazel la prese in braccio e tentò di rimetterla in piedi, la piccolina lo guardò e sorrise, una lacrima le rigò il viso prima che la luce nei suoi occhi si spegnesse per sempre. Tutte le fate la accerchiarono e tentarono con la loro magia di farla rinvenire, ma purtroppo era tutto inutile, Daisy, che non era stata mai accettata, aveva salvato ogni essere della valle tranne sé stessa. Un mantello di tristezza e lacrime coprì animali, fate e piante… In quel momento, però, si aprì un varco nel cielo e spuntò il sole, i suoi raggi s’irradiarono nel prato e nacquero vicino ad ogni margherita bianca dei boccioli, i quali si aprirono sfoggiando una bellissima corolla blu come il tutù della piccola Daisy; probabilmente quello per la natura fu un modo per ringraziare e ricordare la fata che aveva salvato la valle. Da quel momento sulla terra le margherite vennero soprannominate “Daisy” e insieme a quelle bianche sbocciarono anche quelle blu, simbolo di bontà e purezza.
The end.
(dal Web)
Elenir e la Polvere di Stelle
La storia che sto per raccontare, accadde molto tempo fa, quando le foreste erano sparse ovunque e nessuno osava distruggerle. A quel tempo, le fate erano molto diffuse e per tutto il giorno vagavano tra fiori, alberi e animali indisturbate. Un giorno, mentre una nube di fatine luccicanti colorò tutte le cose (perché un tempo i colori svanivano con la notte ed il giorno dopo tutto era in bianco e nero), la Fata Blunessa, si imbatté in un fiore nuovo, appena germogliato, che conteneva una graziosa fatina, con grandissimi occhi color nocciola e morbidi capelli color genziana, la pelle color oro ed il naso all’insù. La piccola guardò stupita la sua mamma, poi ebbe un fremito e le ali d’argento si stesero incominciando a battere lievemente nell’aria. Mano nella mano, madre e figlia volarono nel cuore del bosco, dove il popolo delle fate era solito a riunirsi per fare colazione. La piccola fatina fu sballottata di mano in mano e questo non le piacque, così, non essendo ancora capace di parlare, per liberarsi da loro, emise un fascio di luce che accecò persino una famiglia di bruchi che passava di lì per caso. Quando smise di brillare come una stella, il Regina delle Fate si avvicinò a lei e le disse “Tu ti chiamerai Elenir, Fata della luce”. I giorni trascorsero lieti, Elenir giocava con fatine della sua età. La sua migliore amica si chiamava Milles e con loro due giocava sempre Tocili, un simpatico maschietto che non si tirava mai indietro di fronte alle avventure. Passato un altro anno, una delle fate più anziane radunò tutte le giovani fatine sotto l’Albero Saggio e le portò dalla Regina Mitribel, che donò loro una piccola bacchettina color argento, perché imparassero l’arte di colorare il Mondo. Non era facile apprendere le magie, ma Elenir si impegnava davvero molto per essere la prima della classe. Una giorno, la Regina chiamò a sè Elenir, Milles e Tocili per presentare loro lo gnomo Momozu, che era venuto a cercare aiuto perchè “So che voi avete uno spiccato gusto per l’avventura ed avete imparato in fretta ad usare i vostri poteri, perciò mi affido a voi per questo particolare incarico” disse la Regina “Momozu è il capo di una miniera di gnomi ed ha bisogno di qualcuno che ripristini i colori dei cristalli per poterli distinguere. Pensate di potercela fare?” La risposta fu piena di entusiasmo: Elenir ed i suoi amici avevano l’occasione di mettere a prova le loro capacità ed esplorare il mondo oltre i confini del loro bosco. Momozu li condusse al suo villaggio, i cui tutto era in bianco e nero. In effetti, quel posto sembrava un po’ tetro, ma Elenir si diede da fare e con i suoi amici colorò tutto l’ambiente. Persino gli gnomi tirarono un respiro di sollievo: l’aria sembrava più fresca e profumata e gli uccellini ebbero di nuovo voglia di cantare a squarcia gola. “Sulla montagna sopra di noi, c’è un ghiacciaio perenne e di sera le prime stelle fanno cadere dal cielo una polvere dorata che brilla per giorni e giorni, ma non si può trasportarne molta, perché è molto pesante. Per diversi anni ne abbiamo sparsa per la miniera e per i prati, che si illuminavano come piccoli cieli stellati. Purtroppo, da diverso tempo il ghiacciaio è abitato da uno stregone malvagio, che ci impedisce di prendere la nostra polvere dorata e nessuna fata vuole più vivere con noi, perché la Natura sta morendo” raccontò Momozu. “Andremo noi a recuperare la polvere!” scattò in piedi Elenir. “Che cosa?!” chiesero Milles e Tocili, stupiti per l’affermazione dell’amica. “Andremo su quel monte a sconfiggere l’ombra e riprenderemo la polvere di stelle, che è tanto preziosa per questo posto. Siamo o non siamo fate di primavera? La nostra luce e la nostra polvere riusciranno a sconfiggere le tenebre!” Si misero così in volo ed incominciarono la salita lungo il pendio della montagna. Nella giornata di sole, una brezza frizzantina anticipò l’annuvolamento del cielo e, quando i tre amici erano giunti a metà della strada, incominciò a nevicare. Una vera e propria tormenta si abbattè su di loro, che si rifugiarono nell’incavo di una roccia. Il vento presela forma di una faccia brutta e minacciosa. “Lasciate la montagna, oh voi servitori della luce, perché qui non c’è spazio alcuno per voi!” “No! Mai!” rispose Tocili gridando. “Chi sei?” domandò Elenir, un po’ spaventata. “Sono Komolus, Signore delle Tenebre! Non potete fare niente contro di me! Abbandonate la montagna se non volete perdere la vita!” e detto questo si dileguò. I tre amici non si fecero intimorire: arrivarono in punta alla montagna e si guardarono bene attorno. L’aria era pesante, avvolta dal fumo di nubi nere, ed i loro piedi affondavano nella neve che sembrava volesse arrestarli di passo in passo. Entrarono in una caverna fredda e buia che aveva stalattiti di ghiaccio che pendevano dal soffitto. Con molto coraggio i tre amici avanzarono nell’esplorazione giungendo in una sala che conteneva una poltrona imponente adornata da corna e pellicce. “Ma bene, vedo che gli avvisi non funzionano” cominciò a parlare Komolus, pacatamente. “Tu hai privato gli gnomi e le fate della Polvere di Stelle!” accusò Tocili puntando il dito contro di lui. “E non solo! Ho fatto morire i fiori e presto ne risentiranno anche le piante! Il mio dominio si estenderà poco alla volta finchè non dominerò il Mondo con la mia perfidia. Le fate e gli gnomi non contano nulla per me, sono soltanto un impiccio in più” spiegò il malvagio. “Non te lo permetteremo! La vita e la luce sono fondamentali per il nostro pianeta, e tu non ce le porterai via!” urlò Elenir, lanciandosi verso di lui. Due mostri nascosti nell’oscurità saltarono verso di lei, ma invano, così Komolus si prese un pugno in un occhio. La fatina virò e tornò indietro, evitando gli attacchi dei mostri ed uscendo dalla grotta. Lei ed i suoi amici sprangarono la porta facendovi crescere dei rampicanti, che si insinuarono fino a dove Komolus si stava lamentando per il suo occhio, imprigionando tutti i malvagi per semrpe. Elenir trasferì un po’ della sua luce a queste piante, così mille fiori sbocciarono dentro la caverna oscura, brillando intensamente di luce d’oro, lacerando gli occhi dei cattivi abituati all’oscurità. Komolus non resistette a tale splendore ed esplose, così come esplose la punta della montagna, riversando in aria la polvere dorata che le fatine stavano cercando. La polvere dorata si sparse in tutto il Mondo e da quel giorno i colori non svanirono più, ma sbiadirono solo un po’, facilitando così il lavoro del popolo delle fate, che dovevano solo più donare loro brillantezza. Elenir ed i suoi amici furono premiati per questo, la Regina Mitribel come ricompensa insegnò loro come si fabbricavano le bacchette magiche, cosa che non era mai stata concessa a nessuno.
 
Sara Quero
(dal Web)
La storia d’amore tra Niu Lang e Zhi Nu
Secondo questa storia mitologica, Zhi Nu (la tessitrice) era la nipote dell’imperatore celeste e abitava sul bordo orientale della Via Lattea. Ogni giorno lavorava al telaio, con una specie di misteriosi fili serici, per tessere strati e strati di belle nuvole. Queste ultime variavano di colore col variare del tempo e delle stagioni e venivano chiamate “il Vestito del Cielo”. Oltre a Zhi Nu, c’erano altre sei giovani fate, tutte sue sorelle. Anch’esse erano brave tessitrici, ma Zhi Nu era la più diligente e industriosa.

Al di là della splendente Via Lattea c’era il mondo degli uomini. E tra i suoi abitanti c’era un bovaro Niu Lang. I suoi genitori erano morti da tempo ed egli veniva maltrattato dal fratello e dalla cognata, i quali gli imposero la divisione dei beni della famiglia e gli lasciarono solo un vecchio bue.

Con esso Niu Lang lavorò sodo su un pezzo di terreno brullo, lo coltivò e vi costruì anche una capanna. Ma dopo due anni stentava ancora a tirare avanti. Inoltre, a parte il vecchio bue, nella capanna non c’era nessun’altro e si sentiva molto solo.

Un giorno, improvvisamente, il bue parlò a Niu Lang dicendogli che Zhi Nu e le altre fate avrebbero fatto un bagno nella Via Lattea e gli raccomandò di prendere l’abito di Zhi Nu quando questa si fosse spogliata per il bagno: in questo modo lui poteva prenderla in moglie. Stupìto, Niu Lang seguì le parole del bue e si è nascose fra le canne sulla riva della Via Lattea, attendendo l’arrivo di Zhi Nu e delle sue sorelle.

Poco dopo, Zhi Nu e le altre bellissime fate arrivarono, si spogliarono dei loro vestiti di seta e si immersero nel fiume: fu come se sulla superficie dell’acqua verde sbocciassero all’improvviso dei fiori di loto! Sbucando dal canneto, Niu Lang prese dal mucchio dei vestiti delle fate quello di Zhi Nu. Impaurite, le altre fate indossarono frettolosamente i loro vestiti e fuggirono via come uccelli spaventati. Nel fiume rimase solo Zhi Nu. Niu Lang le chiese di promettere di diventare sua moglie, altrimenti non le avrebbe restituito i vestiti. Costretta dalla vergogna a dare il suo consenso, Zhi Nu diventò la moglie di Niu Lang.

Una volta sposati, il bovaro e la tessitrice lavoravano industriosamente e vivevano in armonia. Non molto tempo dopo, i due sposi ebbero due bambini molto belli, un maschio e una femmina. I due coniugi credevano di poter vivere sempre insieme, fino alla loro morte.

Disgraziatamente, il padre di Zhi Nu, l’Imperatore Celeste, e la nonna materna, Wang Mu Niang Niang, quando seppero della cosa, si arrabbiarono; inviarono immediatamente gli Dei Celesti per richiamare Zhi Nu alla Corte del Cielo. Avendo paura che gli Dei facessero le cose con poca serietà, Wang Mu Niang Niang andò personalmente a controllare la situazione.

Zhi Nu si separò con molta tristezza dal marito e dai bambini e ritornò, scortata dagli Dei, nella Corte Celeste. Addolorato per la separatazione  dalla moglie, Niu Lang subito mise i figliuoli in due ceste e, portandole a bilancia, nella stessa notte si mise sulle tracce di Zhi Nu. Pensava di guardare la chiara acqua della Via Lattea, per giungere alla Corte celeste. Ma, arrivato sul posto, non vide più il fiume celeste. Guardando in alto, si accorse che il fiume era stato trasportato nel cielo dalla nonna materna, grazie ad una forza magica. Nell’azzurro firmamento notturno, la Via Lattea era ancora un corso d’acqua splendente, però era diventata lontana, inaccessibile per Niu Lang.
Ritornato a casa, il bovaro pianse disperatamente insieme ai figli. In quel frangente, il vecchio bue parlò per la seconda volta con voce umana: “Niu Lang, sto morendo. Dopo la mia morte, scuoiami e vestiti con la mia pelle, così potrai andare nel Paradiso!”

Dette queste parole, il vecchio bue crollò al suolo e morì. Niu Lang allora scuoiò il bue e si coprì della sua pelle, poi, portando a bilancia i due figliuoli, si recò nel cielo. Per equilibrare i due bambini, prese una mestola che aveva a portata di mano e la attaccò ad una estremità del fardello.

Giunto nel cielo, Niu Lang corse come il vento tra le stelle splendenti. Vedendo avvicinarsi la Via Lattea gli sembrò di vedere anche la moglie Zhi Nu. Niu Lang era molto contento, mentre i bambini, agitando le manine, gridavano all’unisono: “Mamma, mamma!” Ma Niu Lang non sapeva che cosa li aspettava: erano appena arrivati alla sponda del fiume per passarlo a guado, quando dall’alto del cielo spuntò ad un tratto una mano di donna. Infatti, la nonna materna, spazientita, si era tolta dai capelli la spilla d’oro e con essa tracciò un solco lungo la Via Lattea così il corso d’acqua diventò un fiume impetuoso.

Davanti a questo fiume celeste, Niu Lang e i suoi figliuoli non potevano far altro che piangere: le loro lacrime erano incessanti come le acque del fiume celeste.

“Babbo, svuotiamo l’acqua del fiume con questa mestola fino a quando esso non sarà asciugato!” La bambina propose con ingenuità. “Bene! Portiamo via tutta l’acqua del fiume!” Indignato, Niu Lang acconsentì senza alcuna esitazione.

Poi ha preso la mestola e cominciò a togliere via l’acqua del fiume. Quando si stancava, i figliuoli l’aiutavano con tutti gli sforzi. Il fuo fermo e costante amore commosse finalmente il severo Imperatore Celeste e la nonna materna di Zhi Nu dal cuore freddo, i quali permisero ai due innamorati di incontrarsi una volta all’anno, la sera del setttimo giorno del settimo mese lunare. Quel giorno, le gazze sarebbero venute a formare un ponte e su questo i due coniugi si sarebbero incontrati e avrebbero scambiato parole di amore e di nostalgia.

Da allora, Niu Lang e i suoi figli vissero nel Cielo, e si guardavano da lontano con Zhi Nu che viveva sull’altra riva del Fiume celeste. Ancora oggi, d’autunno, tra le innumerevoli stelle del cielo notturno, possiamo vedere due stelle più grandi, che brillano ai due lati del fiume celeste: sono la stella Altair e quella Vega. Si allineano con Altair altre due stelle più piccole: si dice che siano i loro figliuoli.

(dal Web)

Fata Rossa
 
Le Fate amano in modo particolare gli animali, e li usano spesso come esca per chiamare a se gli uomini. Può succedere, per esempio, che uno splendido cervo dalle corna d’oro si faccia inseguire a lungo da un cacciatore, che si troverà nel folto del bosco e vedrà apparire una dama bellissima. Altre volte, invece, sarà un uccello tutto bianco, oppure una farfalla o addirittura un magnifico unicorno ad attirare un uomo o una ragazza verso la signora della foresta che vuole incontrarli. Servitori e amici delle fate, gli animali hanno con loro un legame profondo: non per niente molte di esse a volte sono costrette in certi mesi dell’anno a trasformarsi in bestie. E quando diventano topi, serpi, rospi, cerbiatte, pesci, lucertole perdono i loro consueti poteri correndo gli stessi rischi di un animale autentico. Gli uomini che le salvano in queste circostanze salvandole da trappole, fucili oppure dal morso di una volpe guadagnano la loro eterna gratitudine e grandi ricompense. Una antica leggenda dice che alcune Fate usano trasformarsi in animali grazie a un abito fatto con le piume o della pellicce della bestia prescelta, quando poi si spogliano della veste magica riprendono il loro aspetto normale.
Cosa vede una fata quando si guarda allo specchio? A volte il viso di una ragazza, altre volte le rughe di una vecchia, la lingua biforcuta di una serpe, le ali bianche di una farfalla… non per niente la capacità di mutare d’aspetto e di dimensioni è una delle loro caratteristiche principali. Ma anche se si divertono a mostrarsi agli uomini nei più strani travestimenti, le Fate sono in genere bellissime ed eternamente giovani, risplendono lievemente al buio e amano portare ricchi gioielli e abiti sontuosi, lunghi fino a terra per mascherare uno dei loro grandi difetti (molte fate hanno zoccoli caprini al posto dei piedi). Ci sono tuttavia anche fate del tutto insensibili al fruscio e al luccichio delle gemme preziose: le timide e solitarie fate dei boschi e delle foreste. Indossano semplici tuniche bianche o verdi oppure abiti fatti di foglie e di fiori freschi, quando non vanno in giro coperte soltanto dai loro lunghissimi capelli.
Amanti fatati
bellissima la poesia
 
amanti fatati
molto interessante… a volte le fate cercano un amante terreno… ogni matrimonio di questo tipo, fra due mondi, spirito e materia, o mondo delle fate e mondo verde, si sigilla con un monito: tutto andrà bene a meno che… alcune tengono i propri amanti nel regno fatato per 7 anni con la promessa di non rivelare ciò che si è visto, altre non si mostrano per alcuni giorni… per quello che so, è un loro modo di proteggere la natura: il mondo delle fate è lo specchio del mondo verde (dove siamo noi), loro cercano di insegnare agli uomini come far splendere il proprio mondo… il monito che lasciano serve a far ricordare agli uomini che i due mondi sono distinti, ma che possono procedere in armonia… melusina cerca di far nascere nel mondo verde una stirpe di illuminati che la aiuti nel suo compito… ma che devono rimanere esseri terreni che hanno la possibilità di connettersi con ciò che vive oltre lo specchio, ma che devono rimanere al di qua, perchè è nel mondo verde che devono assolvere il loro compito, arricchiti dal dono della consapevolezza… ma dubitare del proprio amante fatato, indagare sulla sua natura, vuol dire non aver imparato niente di ciò che è stato trasmesso e quindi melusina scompare…. l’unione con essere fatato è un legame con l’energia sapienzale ovvero la forza primaria della creazione, ben rappresentata dalla figura del serpente….
(Dal Web)
 
(dal Web)
la fata dei libri
 
 
In un tempo lontano lontano, ai confini del mondo reale esisteva un magico paese in cui vivevano fate e folletti. Le prime erano come piccole farfalle colorate, con splendide alucce trasparenti e i corpi ornati di foglie variopinte. I secondi erano vispi nanetti che saltavano di fiore in fiore rincorrendo le leggiadre fatine. Era un mondo di giochi spensierati, dove il sole brillante e la pioggia sottile regalavano spettacolari arcobaleni e le acque cristalline dei fiumi scorrevano attraverso prati e boschi, un mondo dove tutti vivevano in allegria e serenità. Un giorno, però, avvenne una cosa incredibile. Gli abitanti del mondo reale, gli uomini, riuscirono a trovare un varco nel paese delle fate e vi entrarono. Inizialmente furono così sorpresi che rimasero estasiati a guardare il brulicare dei piccoli esseri festosi, poi si avvicinarono e cercarono di prenderne uno. Ma i folletti e le fate erano molto più veloci degli uomini e non si facevano prendere, anzi per loro era un gioco ancora più divertente, perché era la prima volta che vedevano gli uomini e gli sembravano dei goffi e buffi giganti. I piccoli abitanti del mondo incantato non conoscevano il male, l’astuzia, l’avidità, ma gli uomini sì, e quello che era cominciato come un gioco si trasformò in una caccia in cui gli uomini divennero feroci predatori. Muniti di reti di tutte le dimensioni cominciarono a catturare prima le fatine e poi i folletti. Poco per volta occuparono i boschi, i prati e i fiumi e li depredarono dei loro felici abitanti. Per molti secoli le fate e i folletti rimasero chiusi in piccole gabbie, tenuti in bella mostra nelle case degli uomini ricchi e potenti come vivaci oggetti da collezione, ma col tempo le piccole ali delle fatine cominciarono ad indebolirsi e i folletti non saltavano più. Gli uomini pensarono allora che ormai non erano più belli come soprammobili ed aprirono le gabbie per gettarli via. Fu in quel momento che l’aria entrò con tutta la sua forza, l’energia della vita si fece risentire e d’un tratto, tutti insieme, in milioni di case di tutto il mondo, le fatine ed i folletti ripresero a volare e a saltare e corsero via come il vento. Gli uomini rimasero di stucco e credettero di essere stati ingannati. Infuriati ripresero le antiche reti ed andarono in cerca delle loro prede. Ma ormai era tardi, tanto tempo passato in prigionia aveva insegnato ai piccoli esseri incantati che la libertà è un bene prezioso e si nascosero nei posti più incredibili, dove nessun uomo poteva trovarli. Tra le piccole fatine ce n’era una di nome Buki che per tanti anni aveva vissuto nella gabbia di un caro vecchio signore che l’aveva curata e tenuta come un prezioso gioiello. La sua gabbia era nella grande biblioteca dell’anziano uomo e questi, ogni sera, prendeva un libro e leggeva poesie o brani di romanzi ad alta voce per allietare l’anima della piccola fatina. Il giorno in cui le gabbie si aprirono Buki scappò via e si unì alle sue amiche che fuggivano dalle altre case. Andò lontano dalla biblioteca, alla ricerca di un posto di pace dove vivere insieme al suo antico popolo. Era felice, eppure la sera sognava sempre il vecchio signore e i suoi libri. Passò qualche anno, ma Buki la sera faceva sempre lo stesso sogno, fino a che, un giorno, decise che doveva vedere come stava quell’uomo che con lei era stato, a modo suo, tanto buono. Tornò in città, cercò la casa ed entrò piano piano da una finestra lasciata aperta. L’anziano signore era sempre lì, sulla sedia, nella biblioteca, con un libro in mano, chiuso. Era triste, da quando Buki era andata via non era più riuscito a leggere una riga dei suoi bellissimi libri e stava ore ed ore seduto senza fare nulla. Ormai era diventato molto vecchio e presto avrebbe raggiunto i suoi avi nel grande regno della luce, ma non era sereno perché da quando Buki era fuggita si era reso conto che per anni era stato un egoista. Aveva tenuto prigioniera quella fantastica fatina per non restare solo e, anche se le voleva bene e ogni sera le leggeva uno dei suoi magnifici libri, lei doveva essere molto triste perché non era libera. Il rimorso era grande e provava una gran pena verso se stesso. Mentre il vecchio pensava a tutto questo, Buki volò leggera vicino alla sua poltrona, gli sfiorò una mano e si posò su uno dei braccioli. Quando il vecchio la vide trasalì, non poteva credere ai suoi occhi, Buki era tornata. Era così felice che si alzò di scatto, facendo cadere il libro a terra e cominciò a saltellare arzillo per tutta la stanza gridando “Buki è tornata, Buki è tornata!”. Dopo alcuni minuti tornò alla poltrona e prese delicatamente la fatina nel palmo della mano mentre una lacrima di gioia gli bagnava il volto. Buki era commossa, solo allora si rese conto di quanto quell’uomo le fosse mancato. Certo, le aveva tolto la libertà, ma le voleva anche un gran bene. Ora entrambi avevano capito che l’affetto non ha bisogno di gabbie e che volersi bene è talmente bello che persino un essere umano ed una fata possono vivere l’uno accanto all’altro liberi e felici. Da quel giorno Buki andò a trovare il vecchio ogni sera, ed ogni sera il vecchio leggeva a Buki una storia diversa. Poi, un giorno, l’anziano signore salutando Buki dopo la lettura quotidiana, le disse che l’indomani non ci sarebbe stato, era finalmente arrivato il momento di raggiungere i suoi cari nel regno del sempre e del mai e ne era contento, perché ora aveva il cuore in pace e felice grazie alla sua adorata fatina Buki. Si salutarono colmi di gioia scambiandosi lacrime e sorrisi. Buki, allora, decise di fare un ultimo dono al caro vecchio signore e gli promise di prendersi cura lei dei suoi amati libri e di tutti i libri del mondo. Così dicendo cominciò a volare vorticosamente in mezzo ai libri pronunciando parole magiche. I libri si aprirono e si richiusero e così avvenne in tutte le librerie del mondo. In pochi secondi Buki radunò tutte le sue energie di fatina e compì l’incantesimo. Poi tornò la calma. Il vecchio era allibito, non aveva mai visto nulla di simile. Buki gli andò vicino e gli disse di prendere un libro, uno qualunque. Il vecchio ne prese uno grosso, che non aveva quasi mai aperto perché era pesante e anche un po’ noioso. Cominciò a sfogliarlo e a leggere qualche riga e più leggeva più continuava a leggere, era come ipnotizzato dalle parole del libro, non riusciva a smettere. Buki si posò sorridendo sulle pagine del libro e il vecchio la guardò con aria stupita. L’incantesimo era riuscito, in ogni pagina di ogni libro c’era il sorriso di Buki, la sua felicità, la leggerezza delle sue ali, la libertà del suo volo. In ogni libro del mondo c’era un pizzico di magia fatata che lo avrebbe reso speciale, un fedele compagno nel lungo cammino della vita degli uomini. Ancora oggi, aprendo un libro, si sente un piccolo fremito nel cuore, sono le ali di fata che sbattono allegre perché sta incominciando una nuova avventura ed un altro cuore vivrà dell’amore che la lettura aveva consacrato tra un vecchio signore ed una graziosa fatina.
 
(dal Web)
 
 

 

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 44 other followers